Arte e Ricerca

Gianfranco Sacchetti

La Materia all'Idea

Sacchetti affronta il problema della materia con sapienza autenticamente artigianale, ma come proposizione artistica inserisce il gusto innato della ricerca che non si sofferma sui risultati acquisiti. In passato ha affrontato con impatto diretto la brutalità del cemento su di una superficie di sostegno reticolare o su quelle canne legate insieme che costituivano il supporto dei tetti dei casolari contadini.

Con i materiali ha sicuramente dimestichezza e questa familiarità è accompagnata anche da uno slancio di subitanea spontaneità che non gli impedisce di mostrarsi anche su di un terreno non facile. E certamente i riferimenti ai maestri dell’informale sono d’obbligo dato che per lo meno i” muros” di Tapies sono da ricordare come illustri progenitori, ma certamente Sacchetti ha mostrato nel suo partire da ‘se stesso” di voler oltrepassare gli ostacoli che lui stesso si proponeva. In questo c’è stoffa di artista. 

Poi è passato a sperimentare dei cementi colorati sulla tela grezza di iuta o di cotone che abrasi lasciano delle tenui e indimenticabili tracce di colore. Questo periodo “lirico” (definiamolo così con sufficiente approssimazione) pur nei suoi esiti tutti da scoprire, ha lasciato il posto ad una pittura-scultura poveristica che esibisce le trame di cartoni da imballaggio, di materiali per l’edilizia e di altre diavolerie che non hanno niente a che fare con le “belle arti” almeno fino a quando l’artista non decide di cambiarne il significato. In questa ultima serie di opere Sacchetti si lascia tentare dai valori plastici, ma si comprende come egli punti sulla comunicazione diretta della materia senza velature di sorta. 

Le bruciature cui sottopone i cartoni sono un omaggio non tanto ai suoi padri spirituali, quanto la rivelazione di una materia che va piegata ad una forza superiore. Con questo si dimostra come la creazione non sia un movimento spontaneo dell’intelletto, ma piuttosto il piacere della mano di modificare l’esistente. Fra pause e ripensamenti l’attività di Sacchetti si muove perennemente in direzione del caso (l’oggetto trovato, lo scegliere dal mondo del lavoro gli strumenti potenziali dell’arte) e del destino che in questo caso è rappresentato dall’artista che costringe la Materia all’idea. 

Valerio Dehò

Specchio del Tempo

Gianfranco Sacchetti, budriese, ha cominciato a partecipare alle mostre intorno al 1973, e sempre più col lavoro si è polarizzato verso una pittura che sarebbe piaciuta al primo Tapies e di cui lo stesso Roberto Vitali ha scritto con molto favore in occasione della mostra personale dell’artista al Centro Mascarella Arte Ricerca a Bologna dieci anni fa, “pannelli murali” dentro le strutture di un cantiere. La materia adoperata per gli spessori è il cemento, la situazione operativa è “tra l’estetico e il sociale” strettamente connessa “col rapporto uomo ambiente”. Il critico che mi ha preceduto, sottolinea giustamente che il pittore non tanto soggiace al fascino dei muri scrostati (su cui del resto si sono fissati gli occhi di tanti pittori informali), ma soprattutto invita “a non essere succubi della materia”. Infatti il sentimento del tempo specchiato dal pittore è successivo al momento tipicamente informale, lirico soggettivo viscerale, direi che nel fare di Sacchetti sia la ricostruzione dell’ambiente consumato attraverso frammenti parietali, vestigia dell’uso e quindi in tal senso anche qui della civiltà dei consumi. L’operazione non è però quella di intervento sull”’oggetto trovato” del tipo per esempio del primo Rotella, se mai della finzione archeologica di una umana presenza, come da un pezzo si festeggia negli “affreschi” di Giorgio Celiberti. Tali qualità e fisionomie appaiono felicemente nei lavori di Sacchetti dal titolo “Specchio del tempo” e “Impronta”, il primo costruito per accumulo dei materiali dentro reticoli metallici che fanno anche da vertebra grafica di questa icona secolare riciclata da un muro d’oggi, il secondo che si configura piuttosto come un sudano, una somma di impronte, più legato ai moduli dell’informale classico. A proposito del quale non mancherò di ricordare la ricca e univoca serie delle “tele dipinte” più palesemente informali, dove però il fiele dell’ismo esistenziale tende a tramutarsi in miele, poichè iridescenze, avviluppi segnici, dripping qui cantano una specie di favola di evasione.

Marcello Venturoli

Sensi lirici di una materialità che porta i segni inquieti della memoria

Gianfranco Sacchetti dà luogo ad un “a plat” dinamico dove i materiali colorici, stesi sul supporto di metallo, sono costellati a fuoco da macchie che rilevano valori plastici. È un parlare visivo con la materia, vivente nella sua inorganicità, attraverso materiali anomali violentati nella loro grevità, che si raggrumano e si condensano in sensazioni momentanee della vita passata. In un farsi e in un disfarsi di linguaggi materici emergono dall’interiore sofferto dell’artista bruciature come affioramento di cifre che rimandano ad un complesso itinerario personale, sensibile alle incertezze della vita. Sono forme informi di iconicità, stimolata creativamente dalla sperimentazione che penetra la materia. Allora la realtà del proprio intimo si sfalda in macchie sfumanti dai colori verde, giallo, vermiglione, alterati dal calore, che lascia però riconoscibili i tratti della sua fisionomia. Il motivo della circolarità appare in tutta la sua pregnanza in “xx secolo” del 1995, opera della svolta pittorica di Gianfranco.

Qui un aeroplano alla Lindberg, volita su un mondo confuso di materia gocciolante, a significare il cominciamento di un tempo solcato da profonde contraddizioni. Circolarità segnica, schizzata come un sottile tracciato della vita personale, che si immerge, nutrendosene, nel sentire sociale. Le lacerazioni della società sono rivissute in forme dinamiche forzate nei materiali grezzi col fuoco della passione artistica. Nell’opera “Senza titolo” del 1996 la lamiera, figurata da una serie di cerchi tra loro secanti e dal segno sfamato, l’artista ha tracciato con la fiamma ossidrica una spessa linea zigzagante ad angoli acuti, fino a lasciare un biancasrtro percorso calcinato, simbolo, forse, del violento spirito minerario che ha spesso accompagnato il progresso umano. Le sbaffature e le segnature sostanziate di ruggine accentuano il motivo circolare della mondanità deteriorata dall’assalto del tempo. È come una visione sintetica di evanescenti fotogrammi che fissano mentalmente la successione storica della contemporaneità. La lamiera, preventivamente trattata con un fondo antiossidante ed esposta successivamente agli agenti atmosferici, è dipinta direttamente sulla superficie con i tre colori primari puri. I colori, condensati e manipolati in una sorta di “dripping” ambientale, vengono fissati dall’artista con un rigoroso controllo della evaporazione colorica. Talvolta lo sgocciolamento tra acrilico e rugginoso, forse sangue, forse sudore, forse lacrime, emissioni umorali del corpo e dell’anima, si metamorfosano in grumi di consistente vita materiale. È un “dripping” postinformale dell’anima grondante da un corpo che sente i contrasti del nostro tempo. Anima corporale che si cerca e si definisce attraversando i materiali dell’ambiente alterato dall’uomo. Ancora, la circolarità gocciolante della materia si rapprende in una icona dai tratti appena accennati. Riferimenti grafici indefiniti che offrono la parvenza di un affresco deteriorato dal ricordo. Traspaiono i segni ambigui dell’enigma dell’esistenza travagliata dalle contraddizioni del vivere quotidiano. Sono forme cercate nel farsi della materia che diventano forme trovate nel fluire del tempo interno. Il mutarsi della materia legata al farsi temporale dell’artista, si realizza in una specie di corposo concettualismo materico. 

Gianfranco parte dai suoi lontani graticci di canne connessi da vestigia raggrumate di calce e di gesso, fittili materiali delle antiche dimore dell’infanzia, per giungere o per ritornare ai segni della pittura e alla scoperta del colore. Varca la soglia subliminale dell’uso dei materiali grezzi, che idealizza in materiche filigrane uno spartito dell’anima contrastata. Le espressioni pittoriche di Gianfranco Sacchetti compongono una poesia del rustico che si rarefà approdando ad una raffinatezza formale di segni e di colori ruvidi seppur indefiniti. 

Vladimiro Zocca

Materiali in libertà per dare un’emozione

Gianfranco Sacchetti si esprime secondo un linguaggio informale in cui si nota un fascino per i materiali, anche quelli poveri come il cartone ondulato. L’armonia dei colori, il rapporto fra questi e il materiale povero del fondo finiscono col perdere i riferimenti puramente tecnici per diventare elementi espressivi della materia che “dialoga col tempo attraverso le stratificazioni”. Nella superficie la corrispondenza fra colore ed emozione è più piacevole perché raggiunge forme di decorazione che ricordano il paesaggio. Naufragio contemporaneo. Nelle parti più profonde il colore si fa più cupo e colmo di mistero. Una pittura, quella di Sacchetti, che risulta costruita con sapienza e sensibilità. Di fronte ai quadri dell’artista, si prova l’emozione delle cose passate e, nello stesso tempo, un naufragio nell’arte contemporanea. Un naufragio che comunica l’emozione per la bellezza dei materiali e lo stupore dell’artista davanti agli esiti che tali materiali sono in grado di proporre, ovviamente attraverso un’operazione sensibile e altamente calibrata com’è quella di Sacchetti. Non a caso il suo nome rientra fra quelli dei pittori contemporanei più interessanti.

Rosanna Ricci

Combustione materica

Valente artista bolognese, ammirato in significative personali e collettive organizzate in Italia e all’estero ed impegnato in gruppi culturali divulgatori dell’arte contemporanea, Gianfranco Sacchetti è personalità interessante, attiva in un lessico espressivo inconsueto, che accoglie esperienze informali, talora geometriche, e assunti più recenti, registrati in una ricerca continua sulle valenze dialettiche di materia e materiali. Partito nei primi anni settanta da elementi poveri, desunti dall’edilizia, è giunto, nel tempo, a indagare le significanze stratigrafiche di un supporto apparentemente insignificante, il cartone, sul quale interviene sia in superficie, sia in profondità, per analizzare il valore degli strati, avvertiti come ipotetiche sedimentazioni geologiche e litologiche.

L’arte di Gianfranco Sacchetti tratta di un vero cammino condotto dall’esterno all’interno della materia, al fine di coniugare aspetti esornativi esteriori con dimensioni astratte e criptiche, custodite entro endogena oscurità. E’ come se l’artista transitasse dal conscio percepibile all’inconscio invisibile, avvalendosi di cruente lacerazioni, conseguenti a interventi di strumenti incandescenti ed erosive.E’ un “viaggio” alla scoperta degli anfratti del tempo e dell’essenza umana e naturale, un “percorso” in siti che costituiscono mappe, ingressi, soglie, perforazioni, per scavare entro necropoli, reperti e pittogrammi della memoria. Eppure, colori, luci e ombre, interagenti con nuclei di meditati inserti, effondono una netta risoluzione pittorica, evolvente da superfici intaccate, tendenti alla terza dimensione, su cui scorre il divenire degli elementi fondamentali della natura. Ma emerge anche una “topografia” spirituale dell’essenza umana, ritmata da sussulti e abissi, da quiete e angoscia, da elevazioni e cadute. 

Enzo Dall’Ara

Moto sussultorio 

L’artista Gianfranco Sacchetti appartiene, a pieno titolo, al movimento dell’informale bolognese, che trova, tra l’altro, nomi di prestigio come Mario Nanni, Mattia Moreni e Vasco Bendini. La sua produzione artistica inizia nel 1973 e si caratterizza come arte di rottura e di costante attenzione al rapporto,quasi esclusivo, con la materia e le sue inevitabili provocazioni strutturali e plastiche. Il suo mondo non è quello della rappresentazione, ma della proiezione interiore, che trova nella materialità della composizione artistica, motivi di nuove indagini e di soppressione dei limiti stereotipati della tradizione dell’estetica e delle condizionanti elucubrazioni delle esperienze metafisiche. Gianfranco Sacchetti è consapevole di vivere una stagione dell’effimero artistico e di certe diffuse mode del materializzare ogni idea, ogni percorso ideativo. E’ per questo che troverà, in seguito, la sua identità di artista, per uscire dalla presenza totalizzante delle selvagge manipolazioni esercitate dalla cultura postmoderna e in particolare da suoi epigoni, che in nome del nichilismo della cultura d’avanguardia, negano ogni tipo di originalità e creatività. “Tutta l’arte è finita….. quadri sulle pareti. Forme sul pavimento. Vuoto. Stanze vuote…” (A.Warhol) Sacchetti con la sua scelta artistica vuole realizzare un progetto di estetica dell’impurità che sia testimonianza del suo impegno culturale e sociale, impegno che vive in modo organico, totale ed inscindibile tra la realtà e la sua arte e nello stesso tempo tende a ricercare un’etica che unisca la conquista di sé con l’esistenza. L’incubo della contemporanea cultura del disordine sociale e dell’annunciata catastrofe ambientale generano nuove considerazioni: spazio e tempo strutturati per isolare, esaurire, distrarre. Diventa opportuno ri-considerare una nuova coscienza utopica. “Se l’uomo viene formato dalle circostanze,allora le circostanze devono essere formate dall’uomo”. (K.Marx) Moravia ripeteva che “ogni vero artista ha una sola corda al proprio arco”: questo è il caso di Sacchetti, che nel suo lungo e qualificato percorso artistico ha rintracciato l’unico crisma che certifichi profondità e serietà della ricerca. Il suo lavoro contrasta la mera consacrazione estetica di ciò che è già accaduto e si sente nemico di ogni operazione che non sia espressione di autentica creatività. E’ altrettanto consapevole che l’arte è diventata una parte integrante della società contemporanea e che diventa sempre più urgente pensare ad una “nuova” arte che sia capace di superare l’attuale stato di appiattimento ed uniformità (omologazione) del pensiero ideativo e creativo. L’artista può esistere se è capace di creare nuove forme di azione. Gianfranco Sacchetti è un artista azionista , cioè, è capace di costruire esperienze che irrompono sulla l’ordine precostituito e su tutto ciò che è semplice trasmissione di tecniche e stili compositivi. Sacchetti è, quindi, un ricercatore,uno sperimentatore che,con inarrestabile volontà, tende a conquistare i livelli efficaci della partecipazione e comunicazione dell’arte, senza usi impropri o strumentali giochi di artificiosità. La pittura di questo artista diventa,così, singolare, poiché l’idea della rappresentazione è considerare la realtà quale segmento di territorio, un campo di osservazione culturale e visivo che è molto simile alle espressioni di antiche mappe delle culture maya e atzeche. Il cartone è il telaio su cui comporre la “coperta” colorata dei pensieri e dei tracciati di mondi vicini e lontani, perduti nel tempo, ma ricchi ancora di sollecitazioni e di suggestioni inafferrabili. E’ una lettura antropologica della realtà, è un modulare forme geometriche e figurative, per uno sguardo aereo, che sembra farci cogliere il senso della relatività dell’essere e delle cose e ci fa riflettere sulla eterna separazione tra i concetti valoriali ed esistenziali, che connotano le esperienze artistiche di ogni epoca: relatività o universalità. Prof. Franchino Falsetti – Critico d’Arte

Altre Voci

La cifra creativa e stilistica che è alla base del suo operare è il “senso della materia”, dato già dai supporti, arelle (graticci sottili di canne usate in edilizia, nel passato), cartone, lamine di ferro, poi dai gessi e cementi disposti su di essi, i cui spessori rilevati e frammentati, creano grazie anche al colore, alternato in chiari e scuri, suggestivi effetti dinamici e sostanziali. La materia diviene evocazione delle tracce lasciate dall’umano operare, memoria della laboriosità, della manualità e sapienza artigianale, diviene ricerca di autenticità e costante indagine estetica e simbolica in virtù degli infiniti effetti a cui essa dà vita. Come scrive Valerio Dehò, Sacchetti “costringe la materia all’Idea”. Negli ultimi lavori, il significato tematico rivela echi di un lirico figurativo: lo studio delle superfici, e delle loro profondità e rilevanze, non solo reali ma anche semantiche, è spesso affidato al colore, dall’evidente corposità. L’interrogarsi, lo scavare nell’interiorità e nella realtà insieme, il senso del mistero e della scoperta si fondono in un affascinante mix.

Flavia Bugani

L’arte di Gianfranco Sacchetti si svolge nell’ambito di un discorso in cui il senso della materia non è dato semplicemente da effetti di colore. Egli infatti sfrutta la commistione di vari supporti (lamine di ferro e cartone) su cui interviene anche col fuoco dando vita ad opere di accentuato impatto. Ed in esse avvertiamo la presenza di uno spazio fortemente dinamico, ove una materia non omogenea (piuttosto la diremmo ridotta in frammenti) finisce con l’acquisire una consistenza mai piatta. L’alternarsi poi di tonalità scure e chiare (giocando sugli effetti di contrasto) determina all’interno della composizione un ritmo per nulla tranquillo che ignora tempi morti. “Cose” insomma non rigorosamente classificabili come pittura (intesa nel senso classico) mentre un senso di intima sofferenza, tutta all’opposto di un facile sentimentalismo, conferisce loro un’intensa carica umana. E proprio in ciò ci sembra di cogliere l’essenza dell’arte di Gianfranco Sacchetti.

Roberto Vitali